DOMANDA
Gentile Dottor Mian, sono vicina ad una persona che ha un’alimentazione basata, fin dai primissimi anni di vita, su 4/5 alimenti che escludono in toto verdura, carne e pesce. Si può sopravvivere alimentandosi in questo modo? Quali sono i principali rischi per la salute? E’ più giusto spingere per affrontare il problema oppure accettare la cosa così com’è con rassegnazione?
Secondo la sua esperienza, un adulto,avendo già tentato diverse vie senza successo, può ancora uscirne?
Qualcuno mi dice: “non ne è capace, non può farlo”. Credo che si lascerebbe morire piuttosto che mangiare.
Attendo con ansia un suo commento. Grazie!
RISPOSTA
Gentile Sig.ra,
alimentarsi escludendo alcuni macronutrienti non è mai salutare e nasconde probabilmente un timore verso nuovi gusti o nuovi sapori, o una educazione alimentare fornita dall’ambiente familiare che ha portato a tali esclusioni.
Questo tipo di regole, specie se molto restrittive, limitano le capacità esplorative del bambino inizialmente che diventerà adulto in seguito, mantenendo tali evitamenti.
Esplorazioni negate verso gusti, sapori e “colori” dei vari alimenti, rendono di fatto la persona prona ad una alimentazione fortemente selettiva.
Se si possa sopravvivere alimentandosi in questo modo, dipende dal fatto che i macronutrienti (proteine, grassi, carboidrati e vitamine-sali minerali) in qualche modo vengono comunque forniti dagli altri cibi assunti.
Non mi dice, infatti, se la persona utilizza uova, latticini, soia, pasta, riso etc etc
Desumendo che li utilizzi, posso dirle che può sopravvivere ma che si toglierà molti “piaceri della vita” vivendo inoltre i pasti con inquietudine ed esprimendo probabilmente ansia dinanzi ai cibi che non può/vuole utilizzare.
Il cibo non è solo sopravvivenza ma anche, e soprattutto, un atto sociale e un piacere, e non dovrebbe essere fonte di preoccupazione o di ossessione.
Un conto è assaggiare un cibo e definirlo non gradevole al proprio gusto, mentre un altro è escluderlo a priori dalla propria dieta quotidiana (nel senso di “diaita”- stile di vita) per una ragione imposta in età preadolescenziale o adolescenziale e che soprattutto, non ha a che vedere con l’essere vegano, vegetariano, fruttariano etc etc.
Non mi riferisce nella sua domanda, come la persona abbia provato ad alimentarsi con cibi che reputa “proibiti”.
Posso desumere che non sia stato tentato un approccio psicologico alla problematica, ma unicamente quello nutrizionale.
In questo caso, consiglio, se il paziente è motivato a modificare lo stile di vita, di vedere sia lo psicologo (esperto in comportamento alimentare ed a orientamento cognitivo-comportamentale) che la dietista (devono essere in contatto fra loro e lavorare in collaborazione con orientamento non eclettico).
Spingere una persona ad affrontare un problema non è mai un’ impresa semplice e opportuna.
Consigliare, invece, di approfondire il problema, se questo viene percepito come tale dalla persona che ne soffre, può fare davvero molto e mantenere la motivazione sia all’inizio che durante il trattamento psicologico-nutrizionale.
In merito al “non ne è capace”, è proprio il fatto di non reputarsi tale, che mina le possibilità di fare “il primo passo”.
Magari l’ambiente circostante (famiglia, amici, lavoro, etc) biasima o fornisce l’informazione “sei senza speranza”. E’ probabilmente questo intimo pensiero, che la persona a lei vicina ha in questo momento, a minare ogni possibilità di provare strade nuove.
Gli parli del quesito che mi ha posto e se vuole, gli legga la mia risposta.
Non sarà un percorso tutto in discesa, ma si puà fare molto per vivere meglio il cibarsi e non essere schiavi delle ossessioni ad esso legate.
Infine, se attende anche lei con ansia la mia risposta, l’ambiente non favorisce l’affrontare con la giusta tranquillità un avvenimento così comune come il mangiare.
Anche il sentirsi impossibilitati ad alimentarsi mentre tutti lo fanno tranquillamente, può essere vissuto come invalidante, e andrebbe supportato psicologicamente.
Vi auguro di venire presto a capo del vostro problema.
Dr. Emanuel Mian, PhD
Psicologo
Dottore di Ricerca in Neuroscienze