DOMANDA
Gentile dottoressa, sono una donna sposata, madre di due figli, ho 44 anni e non riesco a capire perchè tradisco. Figlia di due alcolizzati, ho avuto un’infanzia molto infelice in un piccolo paese dove venivo emarginata per la condizione di estremo degrado e povertà della mia famiglia. Poi il riscatto sociale con un brav’uomo che mi ha dato sicurezza economica e la mia affermazione in campo sociale. Cerco di apparire colta, preparata, intelligente, fidata. In realtà sono invidiosa, falsa, anaffettiva. Da circa un anno e mezzo tradisco anche mio marito con un uomo che mi trascura, fa schifo a letto e non mi ha mai rivolto un pensiero gentile o che so, un regalo. Con lui mi atteggio ad esperta in ars amatoria, sembro una messalina e lui (imbranato) sta con me solo per sesso, essendo felicemente sposato con prole. Tradisco tutti gli amici, sparlo di tutto e tutti, soffro di invidia, sono rancorosa, vigliacca e sopratutto stronza.
Penso che il mio doloroso passato abbia avuto la sua influenza, ma perchè non riesco a cambiare?
RISPOSTA
Apprezzo la lettura limpida che fa di sé. Aggiungerei solo che lei propriamente non ‘ha avuto’ un’infanzia all’insegna della deprivazione e dell’esclusione, ma ‘è stata’ una bambina cui è mancato qualcosa di importante.
Questa non è una sfumatura linguistica. Non si tratta di qualcosa che ha/ non ha avuto. E’ una dimensione costituente del suo essere. E’ lei.
Ogni persona vive le circostanze presenti e future filtrandole attraverso pensieri, convinzioni, valori, obiettivi di vita, ma anche – consapevolmente o no – la bambina o il bambino che è stata/o.
E’ difficile per un/a bimbo/a accettare il fatto che i genitori siano assenti, maltrattanti, abusanti, carenti. La mamma è mamma e il papà è papà. E’ più ‘semplice’ per un cucciolo d’uomo pensare che ‘la mamma e il papà sono buoni, io sbaglio’. Questa dinamica in cui si invertono i ruoli di ‘aggressore’ (ad esempio il genitore che fa uso smodato di sostanze inebrianti) e di ‘vittima’ (di solito i figli) fa sorgere persistenti sensi di colpa.
Piuttosto che dire ‘la mamma e il papà sono cattivi con me’ la bambina che è stata probabilmente si diceva ‘io sono cattiva’. Se da un lato questo poteva dare un maggiore ordine alle cose e spiegare ciò che sfuggiva (per quale ragione si ubriacano ?), dall’altro un quesito rimaneva aperto: ‘OK io ho la colpa, ma di che cosa ? Dov’è l’errore ?’.
Ecco la ‘necessità’ (da adulta) di fare qualcosa che si ritiene ‘sbagliato’ per finalmente trovare quella ‘colpa’ che non c’è.
Lei ha fatto un cammino bellissimo, che nessuno le potrà mai togliere. E’ moglie soddisfatta della nuova e più edificante situazione sociale. E’ mamma. E’ donna. E’ libera di scegliere il suo futuro…. e soprattutto … è capace di mettersi in discussione con una limpidezza che – ribadisco – non è scontata.
Lei mi parla di ‘invidia’, ‘anafettività’, ‘rancore’ e altro. Queste emozioni non sorgono per caso. E’ come se una parte di lei gridasse ‘liberatemi’ ! … e contestualmente una parte non riuscisse/non volesse divincolarsi da un passato che non c’è più, ma che ancora la tiene legata.
Ha imparato – da bambina – che è meglio fare la sorda sul piano affettivo e credere che gli altri abbiano avuto di più dalla vita. In fondo, tale modo di atteggiarsi può aiutare a soffrire meno o almeno ad arginare un dolore difficilmente contenibile e di ardua elaborazione a 4-6-10 anche 14 anni.
Lei ora sa però che queste emozioni non la aiutano crescere. Lei stessa lo riconosce. Però ci sono. Che farsene ? Sono proprio ‘necessarie’ ?
Ha ancora senso confrontarsi con ‘la vita che avrebbe potuto fare, ma non è stata’ ? E’ forse più rispettoso pensare ‘alla vita che c’è e ci potrà essere’ e soprattutto ai punti forti del cammino UNICO ed IRRIPETIBILE che ogni persona rappresenta.
Tutta la vita affettiva si giostra attorno all’ambivalenza: ti ‘amo’ e ti ‘odio’, ‘mi piaci’ e ‘sei ripudiante’, ‘ti accolgo’ e ‘ti rifiuto’ …. Anche la sfera sessuale procede con meccanismi simili e talvolta anche più profondi, perché va a toccare – anche inconsapevolmente – le radici della vita: incontrare l’altro per generare …. temere che ciò che viene generato sia malefico …. ritenersi causa di questo male …
Ma le cose possono girare anche diversamente. Il ti amo-odio, accetto-rifiuto è in primis legato a come trattiamo noi stessi. Siamo noi innanzitutto prima di ogni relazione con l’altro, di qualsiasi natura, ad amare-odiare la nostra persona.
La ‘soluzione’ ? Accettare che esiste l’ambivalenza (come preda e predatore in un ecosistema) e – a partire da questa accettazione – crescere.
Una ambivalenza ben gestita è una spinta per trovare se stessi, perché è proprio superando le emozioni negative (trasformandole) che una persona si rafforza e trova spazio nel suo essere per far fiorire il meglio di sé.
Si è sentita ‘maltrattata’ dai genitori. Perché deve maltrattarsi lei stessa ? O farsi ‘maltrattare’?
Metta in luce le parti migliori di sé e il desiderio di superare se stessa ! Provi a stendere un elenco sviluppato su tre colonne di ‘ciò che amo di me’, ‘ciò che odio’ …. e ‘ciò che amo e odio’ nel contempo. Nel farlo ci rifletta sopra e soprattutto non tema di lasciar scorrere emozioni anche forti e dai toni bui.
Si prenda tutto il tempo che serve. Non tema lacrime, tristezza, rabbia e blocchi…. Non sarà un cammino facile, ma gli scenari che potrà gustare saranno di un liberante unico e un bel giorno – che le auguro arrivare presto – lei potrà vivere del presente e del futuro, anziché del passato e dirsi – perché lo sente nel profondo – “Ho perdonato la bambina che sono stata e mi sento una donna nuova capace di amarmi con le mie ferite e di apprezzare (senza giudicare o svalutare) anche le parti più deboli di me, quelle che un tempo ho creduto di odiare”.
Vedrà che tutto il resto verrà di conseguenza e non avvertirà più il bisogno di ‘farsi del male’ per ‘sentirsi viva’.