disperazione più che depressione

    DOMANDA

    Gentile dott. Iossa Fasano,
    mi è difficile solo cominciare perché quello che per tanto tempo ho chiamato distimia, depressione resistente con – credo, ma indicazioni in tal senso non sono solo mie personali – disturbi della personalità(evitante, ovviamente depressivo, ossessivo ecc.)ora come ora mi viene difficile da nominare e definire. Posso dire di non essere certamente sereno: pensieri di fine arrivano a ondate di tanto in tanto, ma più di questo è come se per me questa fine si incarnasse in ogni mia giornata con la costrizione di portarla a termine con fatica e stanchezza. Non voglio essere retorico ma cerco di approssimarmi al mio stato d’animo. Naturalmente farmaci e specialisti hanno portato il loro tentativo di aiuto, talvolta con qualche beneficio…da diversi anni senza risultati che mi consentano di tirar fiato. Un qualche beneficio ultimamente era arrivato dall’associazione di SSRI (Elopram, Zoloft) al Seroquel 50 RP o a piccole dose di Risperdal: è che accanto al beneficio mi ritrovo, ad esempio col Risperdal con mal di testa, insonnia, mal di gola, influenza(una volta); il Seroquel che un tempo tolleravo abbastanza bene ora mette a soqquadro stomaco e intestino: se fossero situazioni passeggere le accetterei, è che tendono a peggiorare assommandosi alle situazioni del mio malstare. Ora ho sospeso da pochi giorni un po’ tutto salvo dello Xanax 2mg RP. Le chiederei di indicarmi una alternativa se può.
    Grazie e cordiali saluti.

    RISPOSTA

    Gent signore,

    l’intolleranza ai farmaci che lei ha elencato va considerata nel quadro complessivo della sua biografia personale oltre che storia clinica.
    Purtroppo in questo ambito – diversamente dal resto della medicina – la diagnosi come da lei riportata è solo un aspetto della questione.

    Le consiglio di rivolgersi a un collega di robusta esperienza che sappia usare psicofarmaci ma che pratichi un metodo integrato combinato con psicoterapia di tipo analitico. Ciò in quanto la resistenza al farmaco può rappresentare un segnale da raccogliere in direzione di una rielaborazione più complessa e articolata di quanto il farmaco stesso consenta o metta le basi.

    Risulta beneficamente sorprendente scoprire che quando si instaura una fiduciosa relazione di transfert, un modo di ragionare da “paziente consapevole” si trasforma e il sintomo viene considerato e trattato da tutt’altro vertice.
    Temi che ho affrontato nel mio recente libro: “Fuori di sè. Da Freud all’analisi del cyborg”.

    In bocca al lupo

    Augusto Iossa Fasano