DOMANDA
Chiar.mo Prof. Veronesi,
seguo sempre con passione la sua rubrica su “OGGI”, e vorrei conoscere il suo punto di vista su una questione di diritto alla salute.
La riforma del pubblico impiego ha modificato le fasce orarie di reperibilità in casa per il dipendente pubblico malato, definendole in questo modo: 9,00-13,00 e 15,00-18,00 (per i dipendenti privati le fasce restano 10,00-12,00 e 17,00-19,00). Essere “reperibile” significa non solo trovarsi fisicamente in casa (nulla di strano, quando si è malati), ma anche essere svegli e pronti a ricevere il medico di controllo. Ciò comporta che il dipendente pubblico – magari dopo una notte insonne a causa delle sofferenze della malattia – deve destarsi un’ora prima del “collega” privato, in ossequio alla suddetta riforma. Mi sembra che – vivendo sulla mia pelle tale situazione, in quanto dipendente pubblico, – l’unico vero effetto di queste fasce differenziate tra pubblico e privato sia una disparità di trattamento tra le due categorie di lavoratori, con il risultato che il dipendente pubblico, vedendo diminuito il proprio diritto al riposo durante la malattia, abbia di fatto meno chances di guarigione rispetto al dipendente privato. Il sonno, infatti, non è determinante ai fini della salute, quanto i farmaci stessi? Ciò non soltanto mi pare oggettivamente ingiusto, ma anche non conforme agli Art. 3 (diritto di uguaglianza) e 32 (diritto alla salute) della Costituzione.
Grazie Professore, attendo con ansia una sua risposta!
RISPOSTA
Caro lettore, ha detto bene e completamente tutto lei. Tra gli altri motivi di indignazione questo che lei mi racconta è tra i più delicati e dimostra l’insensibilità verso il malato. Un consiglio: ignori tranquillamente la disposizione, rimanga a letto a riposare. Che possono farle, più di quanto la malattia la costringe a subire.
Un affettuoso augurio
Umberto Veronesi