DOMANDA
Salve una mia carissima amica età cinquantasei da oltre un anno soffre di forti vertigini si è sottoposta a vari esami clinici, l’ultimo esame effettuato ossia angio TC distretto vascolare intracranico ha evidenzia la presenza di una piccola formazione aneurismatica a larga base d’impatto situata in corrispondenza del tratto A2 dell’arteria celebrale anteriore dx, nel punto di origine pericallosa-calloso marginale. Regolare opacizzazione dei restanti vasi del poligono. Il neurochirurgo gli ha prescritto un’angiografia ed eventuale embolizzazione. La mia amica è molto spaventata e inoltre è indecisa se fare o no l’intervento. L’intervento è l’unica soluzione o ci sono altre soluzioni? Ringrazio anticipatamente per la gentile risposta Morena.
RISPOSTA
Primo, nessun rapporto tra la “piccola” sacca segnalata e la sintomatologia della paziente. Secondo, l’unico rischio per la paziente è la rottura della sacca con emorragia negli spazi subaracnoidei e, forse, nel parenchima. Terzo, si è conclusa quache anno fa una ricerca internzionale sugli aneurismi accertati alle immagini e non (ancora) rotti (ISUIA). Il risultato di questa ricerca è stata una CONVERGENZA dei ricercatori SU UNA MISURA minima della sacca per la quale la sacca stessa non VERREBBE A ROMPERSI e tale misura è stata stabilita in un diametro MASSIMO DELLA SACCA sui 6 mm. Non so quindi se sia il suo caso o meno. Per togliersi DEFINITIVAMENTE il pensiero (altrimenti dovrebbe fare un esame angio TAC almeno ogni anno), lei dovrebbe fare l’intervento. Il quale, come le è stato proposto, consiste in un catetere che naviga lungo il sistema arterioso sino all’aneurisma e là deposita un filo di metallo (coiling) che si accartoccia e oblitera la sacca dell’aneurisma. Quindi l’intervento così chiamato E PROPOSTO, NEL SUO CASO, non sarebbe a cielo aperto, ma endovascolare. Il che non significa che non abbia anch’esso, rispetto alla metodica “aperta”, di chirurgia vera e propria, la sua percentuale di rischio (in più, anche se è poco pubblicizzato, questa metodica endovascolare lascia aperta la possibilità, a differenza della chirurgia a cielo aperto, di una riapertura dell’aneurisma). Come ripeto l’elemento determinante alla fine per decidere se lasciar perdere tutto o fare invece questa chiusura della sacca (con metodica “endovascolare”) o quell’altra chiusura (con chirurgia “aperta”, apertura della teca, clippaggio della sacca), è la grandezza della sacca. se questa è sui 6 mm di diametro non ci sono risposte certe, se è sotto i 6 mm di diametro non bisogna operare, se sopra sì. Quindi si faccia misurare dal radiologo l’ampiezza della sacca e decida in base a questa. Naturalmente l’elemento umano conta moltissimo, se nella sua città il neuroradiologo è bravo o meno, allo stesso modo di come lo sarebbe il neurochirurgo in questospecifico campo “vascolare”. Dal momento che il suggerimento di fare un intervento endovascolare è venuto direttamente dal neurochirurgo significa che questi si fida del neuroradiologo e così nel suo caso il rischio sarebbe, per l’opinione del neurochirurgo, (che può ben giudicare, essendo del mestiere, il “fattore umano”), inferiore a quello di lasciare le cose come stanno.