DOMANDA
Gentile dottoressa,
ho un tumore mammario metastatico: alla diagnosi era ER+ 85%, PR+ 80, HER- (quindi chemioterapia e tamoxifene); prima metastasi epatica nel 2011 (ER+ 90%, PR-, HER-), Arimidex; per mancanza del blocco ormonale (mai ricevuto decapetyl, mai!) 4 met epatiche comparse, in concomitanza con il ritorno del ciclo mestruale.
Ovariectomia, continuazione con Arimidex. Al salire dei marcatori, studio con Everolimus: nessuna risposta.
Ora Xeloda (3 gr al giorno), con cui i marcatori scendono molto bene. Alla biopsia, ER+ 100%, PR+ 90%, istologico di Her non conclusivo (nessuna amplificazione genetica).
Ho incontrato 2 distinte scuole di pensiero: 1) attaccare il tumore su vari fronti contempooraneamente; 2) trattare con calma, sfruttando ciascun farmaco fino a quando continua a funzionare.
Considerando l’esistenza delle cellule tumorali staminali, notoriamente insensibili alla chemioterapia (e quindi a Xeloda), vorrei abbinare a Xeloda una terapia supplementare, come consigliato da uno specialista: per es., Arimidex o fulvestrant. Lei che ne pensa? Non crede che in tanti casi si avrebbero risultati migliori attaccando su questi due fronti?
E’ appena uscito un articolo importante sullo scarso significato dell’amplificazione genetica di HER: quel che conta e’ l’espressione, xche’usando trastusumab nei casi di espressione blanda si ottiene miglior risultato. Vorrei la Sua opinione
Grazie
RISPOSTA
Non è una consulenza che si possa fare qui, e in ogni caso Lei sa che sono senologa. In una situazione come questa la valutazione deve essere fatta dagli Oncologi Medici in consulto multidisciplinare in un centro di eccellenza. Su una cosa non concordo con Lei: la responsabilità diretta delle metastasi attribuita alla non somministrazione di analogo LHRH. Posso concordare sul livello più basso di protezione legato a questa assenza, ma non sulla responsabilità diretta. Il tumore si sta dimostrando purtroppo particolarmente aggressivo, la somministrazione o meno dell’analogo LHRH non può avere avuto un ruolo determinante e unico nell’andamento della malattia.