cambiare il carattere: si può?

    DOMANDA

    buonasera dottore, la mia domanda è abbastanza semplice anche se credo che solo la teoria lo sia. Da qualche tempo ho cominciato a rendermi conto seriamente che non riesco a relazionarmi correttamente con chi mi circonda e tendo ad allontanare le persone, familiari e amici, forse perché pretendo dagli altri ciò che io non so dare e sono sempre pronta alla critica, vedo sempre il negativo delle situazioni e accuso gli altri delle mie mancanze. Diciamo che a un concetto di rapporto interpersonale molto alto, che forse deriva da troppa tv, non trovo corrispondenza con quello che si riesce ad instaurare nei rapporti di tutti i giorni e quindi soffro emotivamente di mancanza di rapporti veri ma mi rendo conto che la mia concezione è utopistica. Mi rendo conto quindi della mia situazione ma non riesco a fare niente per cambiare….secondo lei è possibile riuscire a migliorare? che tipo di terapia devo fare?
    ps. sono in attesa del mio secondo figlio ed avendo rotto i rapporti dapprima sul lavoro e poi anche famigliare con mio fratello adesso penso che forse mio figlio sarebbe stato meglio figlio unico. Mi dica cosa ne pensa, io sono molto preoccupata perché ho davanti 2 esempi, mia madre e mio zio che hanno un carattere simile al mio e che si sono un po’ alienati tutte le amicizie e non vorrei fare la stessa fine- dimenticavo, io ho 38 anni.
    saluti e grazie

    RISPOSTA

    Cara Minomina,
    se ben capisco, il suo carattere si manifesta in questa difficoltà nel relazionarsi, che le deriva da aspettative a suo giudizio troppo elevate, che la rende eccessivamente esigente e critica, che presumibilmente le fa sperimentare rabbia e delusione nel rapporto con gli altri, e che come risultato finale tende ad allontanarla dagli altri, soprattutto dalle persone care (familiari e amici).
    Se ci fa caso, il suo atteggiemento critico è rivolto verso gli altri, ma anche (soprattutto) verso sé stessa e il suo carattere. Acutamente, nota che un carattere simile contraddistingue anche sua madre e suo zio, come se fosse un tratto tipico familiare, quasi un destino che teme di lasciare in eredità ai suoi figli; allora, nel momento di mettere al mondo il secondogenito, ripensa a sé stessa e a suo fratello, e sembra domandarsi se sia meglio insegnare ai propri figli ad essere meno esigenti nei confronti del prossimo, oppure instradarli verso l’autosufficienza.
    Secondo me, è un po’ come se si domandasse se ci può essere abbastanza amore per due, abbastanza cure, comprensione, sensibilità, capacità di accoglienza. Altrimenti, si correrà di nuovo il rischio che ci sia uno sbilanciamento tra quello che uno vorrebbe ricevere e quello che sente di poter ricevere.
    Mi domanda se può fare qualcosa, e la risposta è certamente sì; lei è già sulla buona strada dato che riflette su sé stessa e sulla sua storia familiare; inoltre il secondo figlio è in arrivo e quindi la sua scelta la ha già fatta: continuare a scommettere sugli affetti.
    Il prossimo passo sarà ricercare un po’ più di comprensione verso sé stessa, domandarsi come mai quando domanda affetto e vicinanza tutto diventa per lei così complicato, e perché quando prova a farlo si considera così poco amabile.
    Un caro saluto