Iperplasia prostatica benigna e ritenzione acuta

    DOMANDA

    Gentile Professore, ho 59 anni e sono normopeso. Fino a 3 settimane fa non avevo apprezzabili problemi con la prostata; PSA verificato tutti gli anni: all’ultimo test dell’ott/2013, 2,78 (3,23 un anno prima) e 1 il PSA free. Qualche “esitazione” e/o parziale svuotamento notturno, che poi si completava nella prima minzione mattutina, e nulla più.
    Dopo una lunga tappa in bici, ho sofferto di una ritenzione acuta. Dopo esplorazione mi hanno diagnosticato una IPB, prescritto Xatral e cateterizzato per 4 gg con esito insoddisfacente. Nuovamente catterizzato per 7 gg con stesso esito. Rilevato volume prostata a 72 cc e, da 2 giorni, catetere per 20 gg, aggiungendo Dutasteride, con una prospettiva, in caso di insuccesso, di un intervento. In tale malaugurata prospettiva, vorrei valutare la tecnica migliore, per me, anche in termini di effetti collaterali successivi.
    In internet vengono prospettate diverse soluzioni mininvasive (raggio verde, Turp, laser, laser tullio, etc) , ma nei rari casi in cui c’é il feedback dei pazienti, questi lamentano sempre diversi disturbi post intervento. Occorre poi aggiungere che alcune tecniche mi sembra non siano ancora testate nel lungo termine. E quindi mi sembra ci sia anche il rischio di un reintervento.
    Apprezzerei il suo parere sulle prospettive realistiche nel mio orizzonte e, pensando all’opzione chirurgica, un consiglio sulla tecnica migliore nel mio caso, magari con l’indicazione di qualche centro di eccellenza (abito a RE).
    Grazie

    RISPOSTA

    Buongiorno,
    una IPB di 60 cc volume che ha già dato una complicanza ripetuta con cateterizzazione trova indicazione in un trattamento chirurgico. Il rischio di ritardare questo intervento e’ di ridurre irreversibilmente la capacita’ della vescica di contrarsi e svuotare il suo contenuto.
    L’interevnto e’ ormai sempre endoscopico. Si può’ fare tradizionalmente con alza bipolare TURP o con laser a tullio o holmium. Se si utilizza il laser conviene usare un laser che asporti il tessuto come il tullio od holmium e non un laser che necrotizza il tessuto prostatico in sede senza asportarlo come il laser verde. IN questo secondo caso il rischio di recidive o complicanze può’ essere maggiore.
    Negli altri casi se ben fatto, l’intervento può’ essere definitivo e con pochi disturbi post intervento. Il successo dell’intervento e’ anche legato al momento in cui viene eseguito. Se troppo tardi quando ormai il muscolo vescicale e’ compromesso, la maggior parte dei disturbi rimane. In questa fase, una reale alternativa all’intervento non esiste o si deve accettare un rischio elevato di cateterismo permanente.

    Prof Alessandro Sciarra
    Coordinatore Prostate Unit
    Policlinico Umberto I
    Universita’ Sapienza di Roma