DOMANDA
Gentilissimo dottore, mia mamma, ottentenne, è stata operata nel 2009 per un idrocefalo normoteso che l’aveva portata alla paralisi totale nell’arco di due mesi.( I medici che la seguivano da qualche anno l’avevano sempre trattata come fosse un parkinsonismo, mentre solo allora, nel 2009, fu evidente che si trattava di idrocefalo.) Sta di fatto che dopo l’intervento neurochirurgico e due mesi di fisioterapia , la mamma nel 2009 riacquistò il 70% delle sue facoltà, il linguaggio ,la memoria, soprattutto quella lontana ,la deambulazione, il mangiar da sola ecc.con grande gioa da parte di tutti noi famigliari.
Nel 2011, purtroppo cadde e si ruppe il femore. Dopo l’intervento al femore, probabilmente a causa dell’anestesia, le sue facoltà mentali si ridussero al minimo. Ora è in una situazione molto triste. Non parla più (biscica le parole e la voce è flebilissima),dorme continuamente e ovviamente non cammina più, è tutta rannicchiata su se stessa. Dall’ultima visita di circa un anno e mezzo fa, in base ai risultai delle tc i chirurghi che la operarono ci dissero che la valvola funzionava bene, e che il peggioramento era ormai irrecuperabile. Ci chiediamo se , viste le condizioni, dobbiamo portarla ugualmente a fare la tac di controllo (alle dimissioni nel 2009 ci dissero che per il controllo della valvola doveva effettuare una tac annuale), malgrado questo le comporti un grande disorientamento e agitazione. Cordiali saluti.
RISPOSTA
la lunga fase di compressione esercitata sulle strutture nervose da parte dei ventricoli dilatati (“idrocefalo”) ha danneggiato il cervello, che ha perso parte della sua sostanza (appiattimento del mantello cerebrale), riducendo così le sue possibilità di recupero. Che vi è stato, a quel tempo dell’intervento, sebbene parziale, ma il successivo “trauma” ischemico o tossico dovuto all’anestgesia ha portato ad un ulteriore peggioramento clinico. Che è appunto bene spiegabile come il sommarsi di due noxe vicine nel tempo che, per il loro succedersi in rapida progressione hanno un plus valore, un effetto finale peggiore della somma effettiva delle singole. Mi sembra dalla vostra lettera che voi abbiate benissimo capito il problema, come già dalla prima noxa (la compressione mantenuta a lungo) la signora, benchè ritornata quasi “quo ante” dopo l’intervento decompressivo, avesse in realtà esaurito le sue riserve, la sua “compliance”, ovvero la possibiltà di mantenere un buon livello di coscienza e di tutte le funzioni neurologiche se si fosse verificata un’altra noxa, anche se di diverso genere. E come, con l’arrivo di quel secondo trauma, questa volta per l’anestesia, quelle riserve, in quanto esaurite non siano più state sufficienti a riportare la paziente al livello neurologico di prima. Così concordo con l’opinone dei colleghi neurochirurghi che non siano possibili ulteriori miglioramenti. D’altra parte, se parlate di agitazione e di disorientamento, purchè queste manifestazioni siano compatibili con l’esecuzione dell’esame senza dover ricorrere all’anestesia generale, è meglio che la signora faccia l’esame piuttosto che non, dal momento che se allo stato attuale si sommasse anche un inceppamento della valvola (e quindi un ritorno dell’idrocefalo), la situazione diventerebbe anche peggiore. Quindi vi consiglio di fare comunque la tac di controllo.