DOMANDA
Buona sera, al mio bambino di 7 anni è stata diagnosticata la disfasia quando ne aveva 4, ho letto tanti articoli sul metodo ABA adottato in alcuni (purtoppo pochi) ospedali per aiutare i bambini autistici, vorrei sapere se questo metodo può essere adottato anche nel mio caso o,se esistono anche per i disfasici metodi di questo genere . Ringrazio vivamente. Sara
RISPOSTA
Gentilissima Signora,
da quello che lei scrive immagino che il suo bambino all’età di 7 anni presenti ancora sintomi importanti nell’area linguistica che la spingono a cercare terapie e metodi al di là di quanto le viene proposto dall’equipe che ha in carico suo figlio. Cercherò quindi di dare alcune indicazioni. La sigla ABA sta per Applied Behavior Analysis, ovvero Analisi applicata del comportamento. Secondo le teorie cognitive e comportamentali, ogni nostro comportamento ha maggiore possiblità di ripetersi se chi lo compie ne può trarre un vantaggio. Questa affermazione apparentemente semplice, si basa sull’osservazione di come avviene l’apprendimento nel bambino e nell’adulto e di come possa essere influenzato positivamente (o negativamente) dall’ambiente. Le scienze comportamentali hanno quindi osservato il comportamento e hanno posto molta attenzione a ciò che succede prima, antecedente, e a ciò che succede dopo, conseguenza. Una corretta analisi dell’intera sequenza, che quindi non si ferma solo all’interpretazione di un comportamento, ma ne osserva le cause e i risultati per chi lo compie, permette di modificare quel comportamento, ma anche di insegnare nuovi comportamenti, modificando in modo opportuno le condizioni ambientali. Ad esempio, se osservo che il bambino fa capricci quando cerco di tenerlo su un compito per molto tempo, una buona analisi comportamentale mi potrebbe permettere di capire che ha poco tempo di attenzione, o che per fare quel compito ha bisogno di istruzioni più precise, e non ha capito l’istruzione verbale e posso quindi cambiare la modalità di attuazione del compito, rendendolo più breve, o più facile, rendere più esplicita l’istruzione e premiare il bambino quando riesce a finire la consegna. Questo lo renderà più accessibile al compito successivo.
Vede dunque come una buona analisi del comportamento possa essere sempre di aiuto, specialmente in bambini in cui a volte i comportamenti ci colgono di sorpresa.
Da queste affermazioni di carattere generale sulla bontà di un approccio cognitivo-comportamentale, bisogna poi vedere cosa si intende quando si dice “applicare il metodo ABA”. Tendenzialmente sono contraria a qualunque forma di rigidità nell’applicazione di una metodologia, che venga data come risolutiva per ogni tipo di problema.
Per questo ritengo che la chiarezza di una diagnosi sarebbe la prima cosa da chiedere all’equipe che ha in carico suo figlio. Se la difficoltà di linguaggio si traduce adesso in una difficoltà anche in altri ambiti, ad esempio in quello sociale e comportamentale, un approccio cognitivo-comportamentale (che sia ABA, o no) potrebbe senz’altro essere utile, purchè abbia come obiettivo l’aumento delle competenze di comunicazione del bambino e la diminuzione dei comportamenti maladattivi. Obiettivi più generali che solitamente si raggiungono con un buon approccio comportamentale sono l’espansione delle competenze, l’aumento di capacità di lavoro autonomo e la generalizzazione delle competenze ad ambiti esterni alla terapia (ovvero a scuola, o a casa in assenza del terapista). Questi obiettivi non sono da poco, e a volte sono il limite delle terapie comportamentali in cui non si sia fatta una buona analisi della situazione e/o in cui ogni persona che è a contatto con il bambino va per la sua strada.
Ritengo però importante specificare che se il problema principale è di tipo comunicativo, dopo una buona valutazione logopedica e neuropsicologica, per vedere se ci sono i prerequisiti, si potrebbe avviare una Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA), che potrebbe fornire al bambino una serie di supporti per immagini, in modo da mettere il bambino in condizioni di capire e farsi capire, attraverso messaggi condivisi che passano dalle immagini e potrebbero diventare parole e poi frasi.
Il modo migliore per procedere è quello di fare in modo che tutte le figure che ruotano intorno al bambino siano a conoscenza dei vari approcci svolti, e che gli specialisti si parlino fra loro e valutino il progetto terapeutico in base alle osservazioni e agli obiettivi a breve, medio e lungo termine.