Emozioni

    DOMANDA

    Mio nipote attualmente è in comunità in alternativa al carcere. Ha frequentato dall’età di 15 anni sino all’arresto (30) un gruppo ultras di cui ha acquisito i comportamenti violenti e un linguaggio volgare oltre che amicizie poco raccomandabili. In comunità sta avendo grosse difficoltà: lui dice che non gli pesa lavorare ma non regge la psicoterapia. Ne ha terrore tanto è vero che minaccia di tornarsene in carcere. Una mia amica psicologa l’ha definito “incapace di empatizzare”, un altra “ha problemi a sentire le emozioni”. In effetti non ha mai avuto compassione dei genitori che ha fatto disperare e lui oggi sostiene che i problemi affettivi li affrontava uscendo di casa e rifuggiandosi nella sede degli ultras. Non è tossicodipendente anche se ha fatto uso di hashish e forse anche di cocaina (era spacciatore). durante i colloqui con la famiglia durante i quali sono state lette le relazioni riguardanti i vissuti si ciascuno dei componenti, lui non voleva sentire parlare della sofferenza della madre e del fratello. Durante un momento di relax li ha pregati di non scrivere più certe cose perchè dopo le psicologhe l’avrebbero “distrutto durante la psicolterapia”. Ricordo che a casa nascondeva gli psicofarmaci alla madre. La situazione è complessa,Secondo lei questa paura della psicoterapia è “normale” e la comunità è adatta al suo recupero oppure sarebbe meglio indirizzarlo verso una comunità dove in prevalenza il programma si basa sull’attività lavorativa? Grazie.

    RISPOSTA

    A chi è sempre vissuto al buio o nella semi-oscurità la luce fa male. E’ un problema di adattamento e di abitudini.

    Chi però è sempre stato al sole o almeno in ambienti illuminati sa quanto è bella la luce…

    Difficile capirlo solo ‘raccontandolo’. Si tratta di farne esperienza !

    All’inizio può fare male. L”occhio non è abituato alla luce e necessita di un po’ di tempo e di gradualità.

    E’ vero che il dolore è una realtà da cui – per natura – siamo portati ad allontanarci, ma la verità del nostro essere e l’auto-realizzazione vanno ben oltre la sofferenza e spesso implicano ‘fatica’ per essere conquistati.

    La persona che siamo va scoperta prima ancora che migliorata. In tal senso il lavoro fisico (manuale o non) ed il lavoro su di sé (chi sono, dove sto andando, come si articola la mia vita di relazione….) vanno di pari passo.

    Ad evitare tutti hanno successo: non c’è rischio.

    E’ ad affrontare le situazioni che si incontrano fatica, dolore, talvolta ‘insuccessi’ o comunque cadute.

    A 30 anni credo che di ‘fughe’ ce ne siano già state molte, a giudicare dal racconto.

    Adesso si tratta di dirsi ‘Buongiorno, Paolo !’ (supponiamo questo sia il nome del nipote) e di guardarsi alla luce del sole, ovvero senza nascondersi le emozioni che pur spaventano e non vorremmo sentire e/o esprimere.

    Coraggio ! Ci sono più persone nella luce che al buio.

    All’inizio si possono pure indossare occhiali scuri, per poi gradualmente passare a lenti più trasparenti… e magari ad ammettere che non è la terapeuta di turno a ‘distruggere’, ma che a demolirsi è semmai una precedente PERSONALE realtà psicologica per lasciare spazio ad un domani e ad un futuro che CONQUISTATO DA SE’ non sarà solo luminoso, ma splendente.

    Auguro a suo nipote di scoprire questa sua luce magari non subito né in fretta, ma con i tempi suoi personali per giungere finalmente ad amare se stesso.

    L’accettazione di sé in toto e la gioia di vivere sono infatti presupposti necessari per poter amare gli altri e concedersi il più che umano diritto di commuoversi, magari anche arrabbiarsi, ma non per poi restare ‘incarcerato’ nel rancore, ma ‘libero’ di poter perdonare e di essere accolto ed accogliere come solo nella piena luce della consapevolezza si può fare.

    Incoraggio quindi il ragazzo a scoprirsi come homo faber (ottimo che trovi soddisfazione in una attività lavorativa), ma anche come creatura libera di accettare qualsiasi vissuto emotivo e quindi di poter andare incontro all’altro senza le pastoie del rancore ovvero brancolando nel buio.

    Non vi è peggiore carcere di quello che costruiamo attorno a noi stessi e che può essere aperto unicamente dall’interno.

    Con impegno e coraggio so che suo nipote potrà trovare la chiave e aprire quella serratura che lo porterà ad una realtà più piena e più sua.

    Sarà un lavoro soprattutto personale, magari supportato e sostenuto da altri, ma che non è SULLA propria persona, ma principalmente DALLA propria persona.

    Cominciate a pensare e a desiderare questa nuova realtà ‘libera’ dalla paura delle emozioni e a muovere qualche passo verso la conquista e la scoperta di sé.

    C’è una vita davanti: diamole il miglior benvenuto !