DOMANDA
Mio nipote attualmente è in comunità in alternativa al carcere. Ha frequentato dall’età di 15 anni sino all’arresto (30) un gruppo ultras di cui ha acquisito i comportamenti violenti e un linguaggio volgare oltre che amicizie poco raccomandabili. In comunità sta avendo grosse difficoltà: lui dice che non gli pesa lavorare ma non regge la psicoterapia. Ne ha terrore tanto è vero che minaccia di tornarsene in carcere. Una mia amica psicologa l’ha definito “incapace di empatizzare”, un altra “ha problemi a sentire le emozioni”. In effetti non ha mai avuto compassione dei genitori che ha fatto disperare e lui oggi sostiene che i problemi affettivi li affrontava uscendo di casa e rifugiandosi nella sede degli ultras. Non è tossicodipendente anche se ha fatto uso di hashish e forse anche di cocaina (era spacciatore). Nei colloqui con la famiglia, durante i quali sono state lette le relazioni riguardanti i vissuti di ciascuno dei componenti, lui non voleva sentire parlare della sofferenza della madre e del fratello. Durante un momento di relax li ha pregati di non scrivere più certe cose perché, dopo, le psicologhe l’avrebbero “distrutto con la psicoterapia”. Ricordo che a casa nascondeva gli psicofarmaci alla madre. La situazione è complessa. Secondo lei questa paura della psicoterapia è “normale” e la comunità è adatta al suo recupero oppure sarebbe meglio indirizzarlo verso una comunità dove in prevalenza il programma si basa sull’attività lavorativa? Grazie.
RISPOSTA
Cara lettrice,
innanzitutto, lei ha ragione: ci possono essere casi in cui è più utile parlare delle emozioni e casi in cui è più utile lavorare ad esempio sul rispetto delle regole comuni. Purtroppo in Italia non abbiamo strutture “intermedie” tra il carcere e la comunità terapeutica specializzate a seconda della diagnosi degli ospiti; per questa ragione, bisogna accontentarsi di quello che c’è e cercare di tirarne fuori il meglio. Per cui, invece di andare alla ricerca della comunità ideale per suo nipote, io mi concentrerei sulla sua difficoltà ad adeguarsi alla struttura che lo ospita. Se la comunità prevede lavoro e colloqui, le regole valgono anche per lui. Dopo di che, se accetta di fare parte di quel contesto, suo nipote sicuramente è capace di negoziare e non credo che avrà difficoltà ad ottenere che il terapeuta accetti di non parlare di alcuni argomenti se questi lo mettono in difficoltà. Un ultras ha senso di appartenenza al gruppo, lealtà, ed onore più della maggior parte della gente “regolare”; non sia troppo protettiva con lui, e lasci che tiri fuori le sue qualità.